La dieta, questa sconosciuta – parte 1

DISCLAIMER E NOTE LEGALI
alimenti per una dieta sana

Prendendo spunto dallo sfogo di un caro amico che di occupa di dieta e alimentazione ho già pubblicato questi contenuti su Facebook. Adesso li ripropongo in forma più organizzata in questo blog. Si tratta di cose che, nel tempo, ho sperimentato direttamente su me stesso e che costituiscono oggi il bagaglio esperienziale che ho in ambito nutrizionale.
Ovviamente non saranno le parole di un medico (che vi consiglio sempre di consultare in presenza di patologie conclamate o di semplici disturbi) né tanto meno di un nutrizionista.
Certo è che si tratterà sempre e solo di cose che ho sperimentato direttamente sulla mia persona e/o che traggono spunto da ricerche scientifiche o libri di facile reperibilità (che non mancherò di segnalare).
Quello che leggerete quindi da qui in avanti non può e non DEVE essere addotto come indicazione specifica per la vostra condotta alimentare. Al massimo usate quello che scrivo per fare le vostre opportune riflessioni.
Poi, siccome siamo “social”, se condividete non mi fate dispiacere!
Iniziamo dall’ABC.

La dieta, questa sconosciuta.

Quante volte ci siamo sentiti dire: adesso mi metto a dieta! Questa dieta è veramente portentosa! Non riesco a stare a dieta!
In tutte queste affermazioni manca il senso primo della parola dieta.
Citando da Wikipedia si scopre infatti che la parola dieta deriva dal latino diaeta, a sua volta dal greco δίαιτα, dìaita, che significa “modo di vivere”.

Da questo dovrebbe apparire subito evidente che una vera dieta non dovrebbe mai basarsi sulla riduzione calorica finalizzata al dimagrimento, ma al contrario sul un equilibrato uso di tutti i nutrienti. In altre parole potremmo dire che “a dieta” ci si sta per tutta la vita e non per il periodo minimo necessario per rientrare dentro al costume dell’anno prima! Da questo consegue che stare seduti a tavola deve dare anche piacere e gratificazione altrimenti l’epilogo dei vostri sforzi è già scritto: una volta raggiunto il tanto agognato obiettivo che vi siete posti presto o tardi “mollerete” diventando facili prede di quell’effetto yo-yo che ad ogni giro vi lascia attaccato al sedere qualche etto (se siete fortunati) in più.

Personalmente ritengo una panzana l’equazione “meno calorie = perdita di grasso”. Esistono studi scientifici in cui si dimostra che persone sottoposte a regimi alimentari particolarmente restrittivi (800 Kcal/die) perdono si peso ma a tutto svantaggio della massa magra. Ne sanno qualcosa le teen-ager aspiranti modelle che per quanto si sbattano a mangiare insalate e a stare ad ore sul tapis-roulant perdono tutto tranne quella fastidiosissima cellulite sui glutei. Questo accade perché come tutti i sistemi viventi siamo “programmati” per stare in uno stato che viene definito di “conservazione di energia”. Più semplicemente ho poco da spendere (in termini calorici) e quindi “risparmio”. Come? Abbassando il metabolismo. Quindi se è vero che una Kcal. è sempre una Kcal. è molto diverso il saldo calorico che avrò a fine giornata a seconda del mio metabolismo.

Facciamo un esempio semplice: se in un giorno assumo 2.000 Kcal. e il mio metabolismo basale è molto attivo (temperatura basale 36.8-37.0 °C) e conduco una vita attiva con buona probabilità le mie 2.000 calorie risulteranno pochine per il mio fabbisogno. Al contrario se, come molta parte della popolazione, ho un metabolismo poco attivo (temperatura basale 36.2-36.5 °C) le mie stesse 2.000 calorie saranno sovrabbondanti. Non solo, ma per quanto possa sembrare paradossale, nel primo caso il mio organismo produce tutta una serie di ormoni che attivano in me la sensazione (ottimistica) che vivo in una situazione di buona disponibilità di cibo, nel secondo invece (complice uno stile di vita scorretto e stressante) avrò una aumentata produzione di tutti quegli ormoni che dicono al mio organismo: “attento che qui il cibo scarseggia!”. Per questo dal primo scenario deriva il fatto che l’organismo limiterà l’assorbimento di quelle calorie, eventualmente di troppo, mentre nel secondo scenario l’organismo premerà fino all’ultima caloria introdotta per crearsi quante più scorte possibili. Non solo, ma alla lunga questa situazione di stress (la seconda condizione descritta) fa si che il nostro organismo si trovi a produrre cortisolo (detto appunto ormone dello stress) in eccesso per un periodo più lungo di quello che siamo geneticamente fatti per fare.

Nella nostra evoluzione (parlo di 10.000 e più anni fa) il cortisolo era una manna dal celo perché ci permetteva di attingere ai pochi carboidrati che erano presenti nella dieta quotidiana regalandoci un boost prestazionale che ci permetteva di cacciare con successo un animale di piccola taglia o di salvarci da un predatore. Passato però il momento di massima prestazione tutto tornava alla normalità e le nostre ghiandole surrenali tornavano a tirare un sospiro di sollievo. Oggi invece con una condotta di vita contraria alla nostra naturale predisposizione genetica finiamo per far lavorare troppo le nostre ghiandole surrenali che ad un certo punto sviluppano una condizione che viene definita di “affaticamento surrenale”. Da qui la situazione precipita e, come la palla di neve che rotolando diventa una slavina, le implicazioni riguardano gran parte del nostro equilibrio ormonale coinvolgendo, tiroide, pancreas, ipotalamo e chi più ne ha più ne metta! Mi fermo qui per quanto riguarda gli ormoni ed il loro equilibrio di cui mi riprometto di parlare più avanti.

(continua…)

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