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Le proprietà curative della Salvia

La salvia (Salvia officinalis) è una piccola pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.
Il suo uso come pianta aromatica è ben conosciuto fin dall’antichità e sono molte le ricette tipiche che si avvantaggiano del suo inconfondibile aroma.

Pochi invece conoscono le proprietà curative della salvia, una piantina dalle doti antisettiche, antinfiammatorie, diuretiche e ipoglicemizzanti.

Le propriatà curative della Salvia

Salvia officinalis2Le proprietà curative della salvia sono davvero notevoli. Senza scendere in dettagli tecnici da botanico mi limito a dire che le sue foglie (la parte più comunemente utilizzata sia in cucina che in cosmetica) contengono diversi flavonoidi tra cui spicca la luteolina che ne spiegherebbe l’uso tradizionale per la cura e l’attenuazione di diversi disturbi femminili come la sindrome premestruale o le vampate di calore durante la menopausa.

Sempre ad interesse del pubblico femminile sembra che alcuni principi contenuti nell’olio essenziale della salvia favoriscano, in soggetti che soffrono di amenorrea, la comparsa del ciclo mestruale.

L’olio essenziale di salvia contiene tujone, cineolo, borneolo, linalolo, e beta-cariofillene.

In particolare il tujone ed altri chetoni sembrano avere sull’uomo un effetto neurotossico, è per questo motivo che la salvia non è entrata nell’uso alimentare come una qualsiasi altra insalata e perché il suo olio essenziale per uso interno dovrebbe essere usato solo sotto prescrizione e controllo medico (si veda anche più avanti i risultati di promettenti studi su queste sostanze).

Ciò detto l’uso della salvia per “insaporire” i nostri piatti ha una tradizione millenaria da cui si derivano molti vantaggi. Nonostante la lista degli effetti benefici di questa pianta siano lunghissimi personalmente ne apprezzo in particolare alcuni. Continua a leggere

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ATP: sì, ma da quale fonte?

L’adenosina trifosfato o ATP è la pietra angolare su cui si appoggiano tutte le teorie dell’allenamento moderno. Questa molecola infatti è la responsabile della produzione di energia (e conseguentemente, contrazione e movimento) a livello dei nostri muscoli scheletrici. Se saliamo le scale di casa o se corriamo una maratona il nostro corpo usa sempre ATP, la differenza sta in come viene prodotto quell’ATP.

Adenosina trifosfato

Ricostruzione 3D della molecola di ATP (Adenosina Trifosfato). Immagine da: https://it.wikipedia.org/wiki/Adenosina_trifosfato

I metodi di produzione sono quattro anche se nella maggior parte dei materiali che troverete on line vi verrà detto, per semplicità (ed eccessivo schematismo, aggiungo io) che sono tre.

Dunque i sistemi di produzione dell’ATP sono:

  1. Il sistema aerobico lipolitico che utilizza gli acidi grassi (FFA) come substrato energetico.
  2. Il sistema aerobico glicolitico che utilizza glucosio e glicogeno come substrato energetico.
  3. Il sistema anaerobico lattacido (detto anche glicolisi) che continua ad usare glucosio e glicogeno come substrato energetico (ma questa volta in assenza di ossigeno).
  4. Il sistema anaerobico alattacido che utilizza come di substrati energetici direttamente l’adenosina trifosfato e la fosfocreatina.

Bene, capire come funzionano queste fasi e che stimoli allenanti le attivano è fondamentale per capire che tipo di allenamento seguire per massimizzare la propria prestazione nello sport praticato.

Ossogeno sì, ossigeno no

Come si nota dall’elenco i primi due sistemi di produzione hanno a che fare con l’ossigeno mentre i secondi due no. Questo significa che il nostro organismo è in grado di attivare i primi due sistemi in condizioni di sforzo prolungato che necessariamente si lega ad una frequenza cardiaca (soggettivamente) non elevata. In particolare il sistema lipolitico si attiva per prestazioni di sforzo continuato che superano i 20-30 minuti di durata. Torneremo più avanti sul perché questo meccanismo è cruciale per gli sport di resistenza e perché ormai molti atleti di punta (e non solo) in questi sport si dedichino a specifiche sessioni di allenamento per continuare ad utilizzare quanto più a lungo possibile questo tipo produzione di ATP anche quando la frequenza cardiaca sale. Continua a leggere

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Il Microbiota, un illustre sconosciuto – prima parte

DISCLAIMER E NOTE LEGALI
Lactobacillus casei

In un mondo fatto di slang alla moda microbiota umano è un termine che non suona granché bene, ugualmente diventarne dei buoni conoscitori credo che sia una delle chiavi principali per riappropriarsi (o mantenere) di uno stato di salute ottimale.

Quando ero piccolo, dopo una malattia per la cui cura erano stati impiegati antibiotici il mio pediatra mi prescriveva sempre una cura di fermenti lattici.

Intestino e microbiota

L’intestino è la sede del macrobiota

Solo tanti anni dopo ho capito cosa cercava maldestramente di fare quell’ometto simpatico e burbero al tempo stesso. Consapevole che uno degli effetti principali (non secondari) degli antibiotici è quello di azzerare la flora intestinale, quello che cercava di fare era correre ai ripari immettendo forzosamente grandi quantità di questi microrganismi nella speranza che accelerassero il processo di ricolonizzazione del lume intestinale.

Passati quarant’anni si è capito con molti studi che quella che una volta liquidavamo come flora intestinale in realtà è un organismo complesso, da qui il termine, ormai alla moda, di microbiota.
A titolo di massima chiarezza riporto la definizione pubblicata da Wikipedia alla voce microbiota umano:

“Il microbiota umano è l’insieme di microorganismi simbiontici che convivono con l’organismo umano senza danneggiarlo.”

Il grosso passo in avanti compiuto dalla scienza medica è stato quello di capire che ogni essere umano ha un suo specifico microbiota che si forma in relazione al nostro stile di vita e alla nostra alimentazione. Da questo si evince facilmente che non basta bere una fialetta di fermenti lattici per ottenere come ricompensa una flora intestinale in equilibrio. Alcuni studiosi sostengono infatti che una alimentazione scorretta “plasmi” per così dire un microbiota funzionale alla digestione di quel tipo di alimenti.

Per conseguenza la digestione e l’assimilazione di alimenti non particolarmente salutari farà produrre al nostro organismo una serie di sostanze (mediatori chimici e neurotrasmettitori) che influenzeranno in modo più o meno marcato l’umoralità della persona inducendola con più facilità a cibarsi proprio di quei cibi che servono al suo macrobiota per prosperare. Nel nostro intestino, sempre più spesso definito il nostro secondo cervello, infatti, prosperano migliaia di tipi diversi di microrganismi e quando qualcuno di questi aumenta spropositatamente la sua presenza è abbastanza normale attendersi che stimoli il nostro organismo a produrre tutti quei mediatori chimici che stimolino l’assunzione di cibi atti alla sua prosperità.

Ascoltare i propri bisogni alimentare per contribuire alla salute dell’intestino

Senza volersi spingere in affermazioni difficilmente dimostrabili quello che ho potuto provare su me stesso è che l’ascolto dei propri bisogni alimentari dovrebbe essere una cosa presa in seria considerazione. Si mangia pensando troppo e ascoltando poco. I nostri antenati (parlo delle tribù di cacciatori-raccoglitori) non avevano a disposizione holter metabolici, macchine ecografiche e laboratori di analisi. Avevano però piena consapevolezza del loro essere onnivori e delle necessità di alternare a seconda dei bisogni e delle capacità di approvvigionamento la propria alimentazione.

Ho già avuto modo di scrivere altre volte due concetti chiave del mio approccio all’alimentazione e non me ne farò scappare l’opportunità di farlo ancora.

Il primo concetto è che l’uomo è un animale “strutturalmente” onnivoro. Ce lo dice la sua dentatura, il suo stomaco e il suo intestino, né corto e adatto alla digestione delle proteine come quello dei grandi predatori, né lungo e adatto alla digestione delle fibre come quello dei grandi erbivori.
Il secondo concetto è che non tutto quello che introduciamo in bocca, mastichiamo e digeriamo diventa necessariamente una sostanza assimilata dall’organismo. Sfugge spesso il concetto che quello che inseriamo nel nostro organismo tramite la bocca rimane “altro” da noi fino a che un complesso sistema di enzimi, batteri e altre sostanze prodotte dal nostro organismo concorrono ad assorbirlo in forma semplificata.

Quello che ingenuamente si pensa è che una volta in bocca il cibo sia già parte di noi. Non esiste credenza più errata. Il nostro sistema digestivo è un tubo perfettamente impermeabile che si apre e permette il passaggio dei “nutrienti” solo ad alcune condizioni. Mantenere quindi la mucosa che riveste il nostro intestino in perfetta forma è quindi la strategia migliore che abbiamo per fare in modo che passi nel nostro sangue solo quello che ci è veramente utile.

L’intestino e l’aumento di allergie e intolleranze

La tendenza dilagante è che il nostro intestino stia, in media, diventando un “colabrodo”. L’effetto di questo processo, per dirla in parole semplici, è che le maglie della nostra rete intestinale si sono allargate permettendo il passaggio di sostanza (proteine non completamente digerite, batteri e sostanze tossiche) che il nostro organismo riconosce come intruse e attacca con specifici anticorpi. Fin qui il processo attivato sarebbe normale, i problemi iniziano quando questa permebilità permette il passaggio di molecole simili a quelle dei nostri stessi tessuti, verso cui, una volta contenuta l’aggressione dall’esterno, il nostro sistema immunitario riserva le sue attenzioni. Ecco che l’aumento di allergie, intolleranze e malattie autoimmuni dilaga.

Di queste cose si è occupato brillantemente un nostro connazionale, il Professor Alessio Fasano, illustre “cervello in fuga” che negli Stati Uniti ha potuto studiare approfonditamente la sindrome della permeabilità intestinale (Leaky Gut Syndrome) individuando una proteina, la zonulina, responsabile di regolare le giunzioni tra le cellule dell’epitelio intestinale.

Senza voler scendere in ulteriori dettagli scientifici per cui rimando direttamente alle fonti citate, ritengo che la miglior strategia per contenere gli effetti nefasti derivanti da una alimentazione “inquinata” da schifezze di ogni genere sia conoscere il nostro corpo, come funziona e, di conseguenza, dargli ciò che chiede.

Riferimenti e fonti:
Jose C. Clemente, Luke K. Ursell, Laura Wegener Parfrey and Rob Knight “The Impact of the Gut Microbiota on Human Health: An Integrative View“.
A. Fasano “Zonulin, regulation of tight junctions, and autoimmune diseases

Continua a leggere la seconda parte dell’articolo

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La cannella – utile sì, magica no!

Conosciuta ed usata fin dall’antichità da Greci e Romani, la cannella è usata oggi soprattutto per il suo inconfondibile aroma. Dolci ma non solo sono i suoi usi più frequenti. Personalmente la uso spesso con le uova ed il cocco in scaglie per prepararmi la colazione ma questo lo racconto meglio nel box della ricetta.

Per i più curiosi consiglio di consultare wikipedia:

“La cannella o cinnamomo (Cinnamomum verum J.Presl, sin. C. zeylanicum Blume) è un albero sempreverde delle famiglia delle Lauracee[1], originario dello Sri Lanka…”.

Le Virtù della Cannella

Pochi invece sanno che la cannella ha proprietà utili per chi vuole avere una alimentazione sana. Oltre a favorire la digestione (stimola la produzione di tripsina) la cannella ha azioni antiossidanti e, cosa forse ancora più importante, capacità di influenzare il metabolismo degli zuccheri moderando i livelli glicemiccannellai nel sangue. Questo non significa che una spolverata di cannella si può sostituire alla terapia farmacologica di un diabetico (anche se va detto che ci sono buone evidenze che l’uso di un mix di spezie e alimenti uniti ad una dieta low-carb possa ripristinare nel medio periodo la sensibilità insulinica di soggetti diabetici).

Su questo ultimo punto in particolare sembra concentrarsi la ricerca che vedrebbe nella cannella un valido alleato contro il diabete. Per chiarezza va detto che i dosaggi dei principi attivi degli estratti riportati negli studi sono di gran lunga più elevati di quelli che si potrebbe mai raggiungere con un uso culinario. Per questo non trascuro di insaporire molti dei piatti che cucino con questcannella_in_polverea spezia ma non mi faccio illusioni in merito al fatto che l’uso di questa spezia mi metta automaticamente al riparo dai picchi glicemici (per quello cerco di scegliere con cura quello che mangio!).
Inoltre per chi pensa di fare un uso smodato di cannella va saputo che la cannella contiene piccole quantità di cumarina una sostanza che ad alti dosaggi può risultare moderatamente tossica per fegato e reni. Continua a leggere

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