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Semplice, è vitamina C!

Tutti gli esseri viventi in un modo o nell’altro si evolvono adattandosi, per quanto possibile alle mutate condizioni ambientali e, l’uso della vitamina C da parte degli organismi biologici complessi non fa eccezione. Questo processo però non sempre risulta lineare e a volte succede che gli organismi perdano capacità assai utili. Per l’uomo è il caso della vitamina C che, a differenza di moltissimi altri animali, non siamo più in grado di sintetizzare autonomamente ma che dobbiamo assumere attraverso il cibo.

Un po’ di storia della ricerca

Ricostruzione 3D della molecola di Acido Ascorbico

Ricostruzione 3D della molecola di Acido Ascorbico. Immagine da: https://it.wikipedia.org/wiki/Acido_ascorbico#/media/File:L-ascorbic-acid-3D-balls.png

Da questi presupposi e, dall’idea che tutta la popolazione umana soffra oggi di forme subacute di mancanza di vitamina C, si sono mossi a più riprese le ricerche di alcuni studiosi del secolo scorso. Partendo da Frederik Klenner che, alla fine degli anni ’40 in un celebre articolo dichiara di aver curato 60 casi di poliomielite bulbare, con Vitamina C ad alte dosi, somministrata contemporaneamente per bocca, per intramuscolo e per via endovenosa.
Successivamente negli anni ‘70 il due volte premio Nobel Linus Pauling insieme a Ewan Cameron sostennero la validità della Vitamina C nella cura del cancro. Come con tutte le affermazioni potenzialmente rivoluzionarie le reazioni si polarizzarono su due fronti: gli entusiasti e i detrattori. Dalle idee che Big Pharma orientasse in maniera strumentale le cure oncologiche verso i chemioterapici per garantirsi sempre più ampi margini di profitto alle entusiastiche dichiarazioni di gruppi di ricerca che affermavano di aver individuato cure anti-cancro “naturali” sono passati quasi cinquanta anni e ancora non è stata scritta la parola fine su questa diatriba.
Questo articolo dunque non ha finalità così ambiziose (ne chi scrive potrebbe portare evidenze specifiche in un senso o nell’altro) e, fatte queste doverose premesse, si occuperà di descrivere gli effetti positivi che si possono riscontrare assumendo quantità relativamente importanti di vitamina C.

Un articolo dedicato al benessere e alla salute piuttosto che alla malattia.

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Slow Burn: chi va piano va sano e…

Lo slow burn è un metodo di allenamento che trae le sue basi tecniche dal ben più noto “super slow”.
Per coloro che vogliono dilettarsi nella lettura di tutti i meccanismi fisiologici attivati da questa metodologia di allenamento rimando direttamente ad un bell’articolo di Wikipedia sul Super Slow. Per tutti coloro che invece sono più interessati al come e al perché praticare questa tecnica di allenamento non posso che augurare una buona continuazione di lettura.

Faccio una breve premessa; frequentando l’ambiente della palestra mi capita spesso di sentire chiedere agli istruttori quale sia il migliore allenamento possibile.

Bene, la risposta è che non esiste una (sola) risposta!

La risposta infatti cambia a seconda dello scopo che vi prefiggete e del livello atletico da cui partite. Un allenamento HIT (High Intensity Training) per esempio è da sconsigliarsi a persone non sufficientemente allenate, con importanti disfunzioni metaboliche o, più semplicemente, in forte sovrappeso.

Un allenamento di cui si sente parlare poco ma che può adattarsi con molta flessibilità ad obiettivi diversi è lo slow burn. Ovviamente anche questo metodo non è esente da limiti applicativi ma a differenza di molti altri tipi di allenamento ha sicuramente la peculiarità di essere facilmente adattabile alle esigenze più diverse.

Lo slow burn si basa su un concetto semplice: ogni movimento si esegue con estrema lentezza in andata (fase positiva) e ritorno (fase negativa). In questo modo si stimola la muscolatura massimizzando il TUT (time under tension). Il TUT è il tempo totale in cui i muscoli stimolati rimangono (continuativamente) contratti. Trattandosi di movimenti fluidi questo stimolo garantisce il reclutamento di un gran numero di fibre muscolari anche con bassi carichi.

Lo Slow Burn alla prova

Fate una prova: se siete in grado di fare le aperture laterali (esercizio tra i fondamentali del body building) con 10 Kg dirigetevi verso la rastrelliera dei pesi “mignon” e dotatevi di due

Aperture laterali con lo slow burn

Lo slow burn permette di eseguire tutti gli esercizi tipici del body building senza l’uso di carichi pesanti. Immagine da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Dumbbell-lateral-raises-1.png

manubri da due o al massimo tre kg. Adesso fate lo stesso movimento che facevate prima con i manubri da 10 kg ma con la differenza che il movimento anziché essere esplosivo (alcuni per aiutarsi con un po’ di slancio flettono anche le ginocchia) ed avere delle micro pause tra un sollevamento e l’altro dovrà essere fatto con estrema lentezza: 10 secondi per salire e 10 per scendere facendo attenzione a non fermarsi tra un sollevamento e l’altro e a mantenere i muscoli contratti (quando tornate alla posizione iniziale non rilassate i muscoli).
Fare 6 ripetizioni con questa modalità significherà di fatto far lavorare i vostri deltoidi per circa due minuti.

Inoltre il fatto di usare carichi ridotti vi permetterà di eseguire correttamente il movimento. Capita infatti di vedere persone anche ben muscolate che pur di aumentare di un kg la loro performance finiscono per flettere le ginocchia e/o piegare il gomito riducendo così la lunghezza della leva e facilitando l’esercizio. Non solo, piegando il gomito il peso si sposta inevitabilmente in avanti andando a stimolare con l’esercizio più la parte anteriore che non quella posteriore del deltoide. Se al contrario userete piccoli carichi tenere le braccia stese lungo il corpo e aprirle a compasso sarà molto più naturale e, il risultato sarà che non avrete bisogno di piegare ginocchia e  gomiti per sollevare i manubri. Questa apparentemente piccola modifica nell’esecuzione dell’esercizio farà sì che la leva rimanga massima e, siccome la fisica non è un’opinione, più lontana è posta dal fulcro la resistenza applicata (il manubrio che tenete in mano) e più grande dovrà essere la forza da applicare (braccio della potenza) per bilanciare e superare la resistenza. Continua a leggere

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La dieta, questa sconosciuta – parte 10

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

L’emoglobina glicata quindi ci svela quanti zuccheri in eccesso abbiamo introdotto con l’alimentazione.

In realtà la questione è un po’ più complicata di così perché esistono altre disfunzioni che potrebbero condizionare il livello di emoglobina glicata ma la semplificazione che sto per descrivere è comunque coerente e rispettosa delle conoscenze ad oggi consolidate in ambito medico. Dunque, se mangiamo molti zuccheri (specialmente ad alto indice glicemico) la glicemia nel nostro sangue si alza rapidamente e il nostro organismo inizia il processo di abbattimento di quest’ultima facendo produrre al pancreas insulina. Ora, poiché i recettori cellulari sensibili all’insulina non funzionano passivamente accade che se gli zuccheri nel sangue sono frequentemente alti i recettori si “assuefanno” allo stimolo insulinico sviluppando quella che si chiama resistenza insulinica.

Questo accade perché le cellule non possono assorbire zuccheri e altri nutrienti all’infinito e quindi per “difendersi” si assuefanno desensibilizzandosi all’insulina che per svolgere il suo compito deve essere in concentrazione sempre più elevata. Da questo ne consegue che, da un lato che le cellule del pancreas che secernono l’insulina si sfiancano, e dall’altro le cellule dei nostri tessuti assorbono sempre meno zucchero lasciando agl’altri due sistemi tampone il compito di drenare gli zuccheri in accesso. A questo punto è interessante capire che se non si è sportivi di medio-alto livello il sistema di trasformazione degli zuccheri in glicogeno ci aiuta poco in quanto le nostre scorte della preziosa molecola saranno quasi sempre piene. Ecco allora che buona parte del lavoro di abbattimento degli zuccheri nel sangue viene affidato al processo di glicazione dell’emoglobina.

Esistono soluzioni alternative a tutto questo? Evidentemente sì! Abbattere la quota di carboidrati nella nostra dieta è un’ottima strategia. Chi scrive non segue una alimentazione strettamente “low carb” ma vi può assicurare di aver pedalato per 200 km e oltre (per i più maliziosi: tutti in una volta) con apporti glucidici inferiori 30% del totale delle calorie assunte.

Attenzione però che passare da una dieta tradizionale dove la media dei carboidrati giornalieri si aggira su quote intorno al 60% ad una tendenzialmente “low carb” non è cosa da farsi con leggerezza. Personalmente tanti anni fa quando ho iniziato il mio percorso iniziai sostituendo gli alimenti a più alto indice glicemico con alimenti integrali (ebbene sì ho mangiato anche io i cereali!). Poi, scendendo con la quota di carboidrati è indispensabile risvegliare la nostra capacità di trarre energia dai grassi.

Esiste poi una interessantissima “nuova frontiera” che si prefigge l’obiettivo di aumentare la quantità e la vitalità dei mitocondri (sono le “centrali energetiche” delle nostre cellule) ma, come intuite, questi saranno gli argomenti di prossimi post.

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La dieta, questa sconosciuta – parte 9

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

Un altro problema dei cereali è legato al loro stoccaggio e alla pratica di miscelarne tipi di diversa provenienza.

Il gioco è un po’ come quello del Made in Italy ovvero: “produco all’estero ma rifinisco in Italia e pertanto posso apporre l’etichetta sinonimo di qualità!”. Per le farine spesso i produttori miscelano farine nostrali e farine provenienti da paesi dove i controlli fito-sanitari non sono molto stringenti (Africa in genere) o di paesi che applicano politiche permissive verso gli OGM (tipicamente i paesi del Nord America) o ancora che hanno politiche sui prezzi particolarmente aggressive (di solito i paesi dell’Est Europa). Tutto questo fa sì che le farine presenti in varia forma (ricordatevi che anche molti insaccati contengono farina!) sulle nostre tavole siano di fatto di scarsissima qualità. Come se l’elevata presenza di micotossine non bastasse a stare alla larga da questi prodotti c’è un problema che definirei “strutturale” altrettanto dannoso (se non di più) per la nostra salute.

La raffinazione porta con se la perdita di tutta la parte “esterna” (germe e crusca) del chicco di grano ricca di fibre e micronutrienti. Questo fa sì che la parte rimanente chiamata scientificamente endosperma sia il componente principale della farina che finisce così per avere un profilo alimentare fortemente spostato verso i carboidrati al elevato indice glicemico. Cosa vuol dire tutto questo? L’indice glicemico (IG) è la proprietà di ogni alimento di far aumentare la glicemia nel nostro sangue in un periodo di tempo sempre uguale (tipicamente due ore). Il glucosio con indice uguale a 100 è il parametro rispetto al quale si posizionano tutti gli altri alimenti. Bene, i trasformati/derivati delle farine bianche si posizionano tutti tra quota 70 e 115; sì avete capito bene ci sono prodotti derivati dalle farine bianche che vi fanno alzare la glicemia più rapidamente del glucosio puro.

Come già scritto nei precedenti post l’aumento repentino della glicemia non è “tollerato” dal nostro organismo che si attrezza immediatamente per scongiurare i danni potenziali derivanti da un livello elevato di zuccheri nel sangue.

Abbiamo già visto che l’insulina prodotta dal pancreas e il glicogeno sintetizzato dal fegato cercano di abbassare quanto più possibile il livello di zuccheri nel sangue. E quando non ci riescono? In questo caso esiste un terzo processo “tampone” chiamato glicazione (detta anche glicosilazione non enzimatica). In questo caso le molecole degli zuccheri si legano ad una proteina dando origine ai tanto temuti AGEs (advanced glycation end products) che di fatto pregiudicano il normale funzionamento delle proteine o delle biomolecole originali. Di questi processi quello più conosciuto è la glicazione dell’emoglobina.

In particolare questo processo e l’esame che ne rileva il livello ematico, sono molto importanti per determinare il nostro “stile alimentare” e il numero (o meglio l’effetto) dei “picchi” glicemici a cui sottoponiamo il nostro organismo. Infatti l’emoglobina che normalmente trasporta ossigeno dai polmoni alle cellule e anidride carbonica da quest’ultime ai polmoni, un volta glicata perde la sua capacità di “legarsi” ai due gas. Questa di per se è una cattiva notizia ma, avendo l’emoglobina una emivita di circa 120 giorni, il livello della sua presenza nel sangue ci racconta cosa è successo nel nostro organismo negl’ultimi tre mesi.

I medici di solito usano l’esame dell’emoglobina glicata come discriminante per la diagnosi di diabete di tipo alimentare. In realtà anche valori sotto soglia ma comunque alti possono indicare che il nostro organismo è sottoposto con una certa frequenza a “picchi” glicemici.
Da questo capite che il discorso è ancora lungo e quindi non mi rimane che rimandarvi alle prossime puntate!

(Continua…)

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La dieta, questa sconosciuta – parte 8

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

Una volta infatti la selezione delle sementi avveniva con un processo che si limitava ad accelerare la naturale selezione naturale. Facciamo un esempio. Su un appezzamento di terra coltivato a pomodori il contadino selezionava i semi partendo dalle piante che più di altre avevano dimostrato di adattarsi bene al terreno e alle condizioni climatiche più svantaggiose (freddo/caldo siccità/abbondanza d’acqua). Così facendo l’agricoltore si garantiva anno dopo anno un raccolto sempre più “resistente” alle condizioni ambientali del suo territorio. Un esempio millenario sono i vitigni che a seconda delle zone si sono sviluppati in tipologie anche molto diverse tra loro.

Fin qui abbiamo detto che d’accordo o meno con il mangiare cereali e legumi, quello che ha fatto l’uomo ha rispettato il corso della natura.
Dopo Hiroshima qualche “genio” notando che alcune piantine riuscivano a crescere anche in terreni al elevatissima contaminazione radioattiva, ha iniziato a pensare che esporre i semi a radiazioni fosse un buon modo per selezionare quelli più resistenti. Peccato però che anni dopo ci siamo accorti che quelle esposizioni mutavano geneticamente il seme in un modo che al quel tempo (parliamo degl’anni ’50-’60) non era indagabile con moderne tecniche genetiche.

Ora, siccome noi italiano siamo più furbi di tutti che abbiamo fatto? Nel 1974 (ma potrebbe essere anche il 1975) con un gruppo di ricercatori del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) abbiamo esposto grano duro della varietà “Senatore Cappelli” ai raggi gamma di un reattore nucleare per ottenere una mutazione genetica. Non contenti poi abbiamo incrociato il risultato con una varietà americana. Dopo tutte queste angherie genetiche la pianta del grano era diventata più piccola ma con caratteristiche di velocità di crescita e produttività molto più elevate. Era nato il grano “Creso” con cui oggi credo si produca non meno del 90% della pasta e dei prodotti di forneria venduta in Italia.

A tutto questo dovrebbero pensare coloro che ritengono che nella comunità europea siccome si vietano gli OGM siamo al riparo dalle manipolazioni genetiche. Almeno gli OGM, che per inciso aborro, alterano selettivamente alcuni geni, le nostre selezioni hanno alterato per decenni i geni in modo del tutto casuale basandosi su cosa “usciva fuori” piuttosto che su cosa c’era “dentro” al seme selezionato.

Ora, senza andare tanto per le lunghe e tornando all’alimentazione, va detto che gli scopi principali delle selezioni effettuate negli ultimi cento anni nel cereale più coltivato (il grano) sono state:

  • Aumento della produzione per ettaro quadro
  • Maggiore resistenza a intemperie e parassiti
  • Miglior lavorabilità del prodotto finito (la farina)

E, indovinate un po’? Secondo voi (lasciando da parte gli scempi ambientali delle colture intensive) con queste manipolazioni cosa è aumentato esponenzialmente nel chicco del grano? Bravi, proprio il glutine, la gliadina, la WGA e le lectine!

(Continua…)

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La dieta, questa sconosciuta – parte 7

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

Eccoci dunque ai cereali.
Conoscete Antonio Fasano? No?
Peccato perché questo signore oltre ad essere uno dei tanti cervelli in fuga dal nostro paese è anche uno dei medici più esperti del pianeta in tema di permeabilità intestinale (leaky gut).

La permeabilità intestinale è quella sindrome che per dirla semplicemente allarga le maglie del nostro intestino permettendo il passaggio nel torrente ematico di sostanze (batteri, tossine e proteine mal digerite) che nel sangue di norma non ci dovrebbero stare.
Ora non voglio farla tanto complicata (come in realtà è) ma per adesso basta sapere che se ai batteri e alle tossine il nostro corpo cerca di far fronte con le difese anticorpali, alle proteine non ancora completamente demolite in singoli aminoacidi il corpo risponde in varia maniera tra cui, quella più pericolosa, è quella di sviluppare per queste proteine una risposta anticorpale. Peccato però che queste proteine semi-digerite sono molto simili a quelle prodotte da alcuni organi del nostro corpo. Quando termina la difesa (legittima) contro gli intrusi i nostri anticorpi cosa credete che facciano? Attaccano le nostre stesse strutture sviluppando quelle che vengono comunemente chiamate malattie autoimmuni.

Sempre il Dott. Fasano individua in alcune sostanze a base proteica come la gliadina e la WGA (wheat germ agglutinin – agglutinina del germe di grano) i principali responsabili della sindrome dell’intestino permeabile.
E indovinate dove si trovano queste sostanze in massima concentrazione? Bingo, nei cereali! Per la gliadina il grano poi, è proprio una bestia nera!

Ma le brutte notizie non si fermano a gliadina e WGA, tra gli altri responsabili dei problemi intestinali ci sono anche le lectine che si trovano, oltre che nei cereali, anche nei legumi.
Non sono solito demonizzare qualcosa, e infatti nel mio blog racconto come usare queste classi di alimenti minimizzandone gli effetti nefasti, ma continuo a sostenere che senza cereali si possa vivere proprio bene.

Inoltre, siccome a noi uomini moderni ci piace fare gli apprendisti stregoni con l’avvento dell’agricoltura abbiamo iniziato a fare i selezionatori di specie. Giusto per dare due pennellate su questo tema dirò che se in linea di principio quello fatto dagli agricoltori negli ultimi 10.000 anni ha rispettato i processi di riproduzione naturale, negli ultimi cento anni abbiamo raggiunto comportamenti (come genere umano intendo) a dir poco raccapriccianti, ma questo conto di raccontarlo nella prossima puntata.

(Continua…)

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La dieta, questa sconosciuta – parte 6

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

Premesso che ho massimo rispetto per tutti coloro che hanno preso la strada vegetariana o vegana per motivi etici, per tutte le altre motivazioni sono molto deciso nel difendere la posizione che l’essere umano si è evoluto per essere un animale onnivoro. Questo è evidente dalla struttura del nostro intestino che è un ibrido tra quello di un carnivoro ed un erbivoro. Se fossimo solo carnivori il nostro intestino sarebbe molto più corto (es: l’intestino di un leone) e capace di digerire più efficientemente le proteine animali; se fossimo totalmente erbivori avremmo un intestino molto più lungo e capace di digerire le fibre. Ed invece no, abbiamo un ibrido diviso in tre settori ognuno dei quali in grado di digerire meglio alcuni macronutrienti. Sarà un caso? Io, e con me un sacco di studiosi ben più blasonati, dicono di no!

Come detto non entro nelle scelte etiche delle persone ma a me appare chiaro che per nutrici qualcuno si deve sacrificare che sia la piantina di cavolini di Bruxelles o il pollo ruspante, qualcuno o qualcosa (per chi crede che le piante non abbiano una loro intelligenza e sensibilità) deve morire perché la nostra vita continui.
Nelle antiche popolazioni primitive i cacciatori pregavano sul cadavere della preda per ringraziarla dell’essersi sacrificata per la loro vita. Un caso anche questo? Credo di no!

Per fugare ogni dubbio dico anche che io sono per gli animali allevati al pascolo (grass fed). Volete mettere la differenza tra un vitello che in 18 mesi di vita vede solo la sua mangiatoia e un suo simile che scorrazza libero in un vallone di mezza montagna per 36 mesi (si perché tanto ci vuole per far crescere in modo naturale un vitello)? Anche senza voler scomodare le “energie sottili” e le teorie che asseriscono che sia presente nella carne degli animali allevati e macellati tra mille crudeltà la “memoria” di un’energia negativa, dico che un vitello che per tre anni scorrazza scodinzolando tra alberi e prati verdi non abbia poi una brutta vita. Se un giorno tutto questo finisce secondo un ciclo che assomiglia molto a quello in cui un gruppo di ominidi a caccia di grossi erbivori non mi pare molto peggio (ed irriguardoso nei confronti dell’ecosistema) di ettari ed ettari di colture tirate su a fertilizzanti chimici e antiparassitari!

Se poi vogliamo scendere sul piano più tecnico possiamo parlare dei valori nutrizionali di una carne sana come quella allevata allo stato brado. Tanto per dare due numeri pensate che mangiando carne di questo tipo non ci sarebbe bisogno di alcuna supplementazione di omega3. Infatti si crede che questi acidi grassi siano una caratteristica esclusiva del pesce azzurro, invece una carne del genere ha un rapporto omega6/omega3 di 4:1 cioè ottimale per il nostro organismo, mentre quella da allevamento intensivo arriva a rapporti del tipo 20:1!
Allora, considerando che gli omega6 hanno il ruolo di promuovere processi di infiammatori (di per se fisiologici e benefici entro certi limiti) e gli omega3 hanno quello di ridurre l’infiammazione dovrebbe apparire chiaro che non è la carne in se che fa male ma la carne di scarsa qualità!
E indovinate chi sono i responsabili di tutto ciò? I cereali che vengono dati a forza ad animali che in natura tutto mangiano tranne che i cereali.

(Continua…)

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La dieta, questa sconosciuta – parte 5

Avrete capito quindi che nel mio piatto non trovano molto spazio i carboidrati.
Anche se non mangio low-carb e quando ci sono amici preferisco di gran lunga la loro compagnia ai dogmi alimentari, l’attenzione a non eccedere con questo macronutriente è cosa ben presente nella mia quotidianità. Il motivo di questa scelta sta nel fatto che ormai da diversi anni ho capito che è vano pensare all’alimentazione in termini di “vita umana”. Capisco bene che per ognuno di noi la propria vita è “tutto” ma in questi casi il minimo che possiamo fare è pensare per “ere”, tanto infatti è il tempo in cui il nostro DNA si modifica e si adatta (stabilmente) alle nuove necessità.

Mi capita spesso quando parlando con amici e conoscenti consiglio di levare dalle loro diete cereali, legumi e/o latticini di sentirmi dire cose del tipo: “levami tutto ma non il pane e la pasta!” oppure “ho sempre mangiato pane e pasta e sono sempre stato bene!”. La mia riflessione parte dal fatto che ci sono alimenti “antichi” che il nostro organismo è più preparato a digerire ed assimilare. Cereali, legumi e latticini sono cibi relativamente recenti. L’agricoltura è cosa di 10.000 anni fa, i primi formaggi ancora meno. Sembra tanto ma considerando una media di 5 generazioni ogni cento anni significa che nel migliore dei casi il nostro patrimonio genetico si è replicato per non più di 500 volte. Sembra un valore elevato ma qualunque genetista vi confermerà che sono poche per determinare un grande cambiamento del genoma. Pensate che il nostro corredo genetico differisce da quello dei nostri antenati del paleolitico dello 0,2%. Ora, per quanto elevate possano essere le espressioni geniche che ci caratterizzano (pensate che tutte le attuali differenze sono figlie di uno 0,1% di DNA) per rendere “collettiva” una variazione servono ben più di 500 ricombinazioni.

Tutto questo ragionamento mi serve a dire che molti di noi non sono ancora perfettamente attrezzati per assimilare un certo tipo di alimenti, quindi in attesa che passi qualche altro centinaio di migliaia di anni io sarei per cibarci di cose che il nostro corpo “conosce” sicuramente e, credetemi, non sono per niente poche!

Tornando quindi ai carboidrati trovo che la loro riduzione e il loro apporto da determinate fonti sia in linea con il nostro processo evolutivo. 100.000 anni fa le fonti di carboidrati non erano così diffuse e, soprattutto, non erano a così alto indice glicemico come quelli che trovano sempre più posto nelle dispense.

E pensate che non abbiamo ancora parlato degli effetti di tutte le sofisticazioni a cui il cibo è sottoposto dall’industria alimentare!
A prescindere da questo cereali, legumi e latticini hanno un altro difetto… ma di questo ne parlerò più avanti.

(Continua…)

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La dieta, questa sconosciuta – parte 4

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

Alla fine del nostro ragionamento dunque poco importa se i grassi alla lunga ci darebbero un saldo energetico migliore e ancor meno se il fegato (in particolari condizioni) va in uno stato chiamato chetosi che lo mette in grado di produrre a partire dal grasso i chetoni (molecole simili ai carboidrati in grado di superare la barriera ematoencefalica e di nutrire ottimamente i nostri neuroni).

Ecco che l’iniziale affermazione mangi grasso diventi grasso ottiene una spiegazione razionale e che ha poco a che fare con questo macronutriente ingiustamente demonizzato.

In altre parole si verifica il paradosso in cui la nostra condizione di “conservatori di energia” per dirla brutalmente ci “frega” e ci porta a rendere vera l’equazione mangi grasso, diventi grasso. Si tratta però di una eccezione perché solo in abbondanza di carboidrati (essi stessi convertiti in grasso) i grassi vengono destinati a scorta e non a propellente energetico. Se così è allora perché ci siamo evoluti in modo apparentemente così bizzarro? La risposta è semplice (e poco bizzarra): perché 100.000 anni fa non c’era l’agricoltura, gli allevamenti intensivi, le bibite gassate i “Mc biiiip” e la TV e, di conseguenza, i carboidrati raffinati e ad alto indice glicemico non esistevano. O meglio, i carboidrati ad alto indice glicemico esistevano ma qualsiasi ominide ci pensava molto bene prima di mettere le mani dentro ad un favo per prendere un po’ di miele.

A questo punto qualcuno di voi affermerà: “Ok, capito tutto, vendo le mie proprietà e vado a vivere in una tribù di cacciatori-raccoglitori del Borneo!”
Per chi lo desidera quella scherzosamente descritta è una possibilità ma, realisticamente, riappropriarsi della propria “vita alimentare” può essere fatto con scelte decisamente meno drastiche. Certo non sarò uno di quelli che vi dirà che con due barrette, un frullato e tre tisane ritornerete a posto ma, al contrario, vi dirò che mangiare bene e fare la giusta attività fisica è la migliore dimostrazione di quanto vi volete bene.

(Continua…)

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La dieta, questa sconosciuta – parte 3

DISCLAIMER E NOTE LEGALI

Abbiamo visto quindi che per alimentarsi con i grassi è necessario stare alla larga dai carboidrati ed in particolare da quelli ad elevato indice glicemico.

Quando introduciamo nel nostro organismo abbondanti quantità di carboidrati tutti i sistemi di riconoscimento, digestione, assorbimento e gestione di questo micronutriente si attivano. Fin qui niente di male visto che siamo “progettati” per fare tutto ciò. In fondo il nostro cervello è una macchina che va a zucchero ed è normale quindi che faccia il tifo perché il nostro organismo gliene fornisca in quantità costante.

Eccoci al punto focale: la quantità! Il cervello è l’organo più avido di zuccheri ma, udite udite gliene sono sufficienti 4 grammi l’ora. State iniziando a fare un po’ di conti? No? Peccato, perché a questo punto realizzare che una “innocua” fetta di pane bianco da 40 grammi contiene circa 20-24 grammi di carboidrati dovrebbe suggerirvi qualcosa. Considerando che nel sangue il nostro organismo mantiene una quantità di zuccheri compresa tra i 5 ei 10 grammi dobbiamo ricorrere ai cosiddetti sistemi tampone. Se abbiamo introdotto carboidrati a basso indice glicemico, che rilasciano lentamente nel sangue zuccheri allora possiamo sperare che il nostro organismo converta in glicogeno gli zuccheri in eccesso. Il glicogeno (lo sanno bene gli atleti di endurance) non è immagazzinabile all’infinito. Fegato e muscoli sono i depositi del glicogeno e in diversa proporzione possono arrivare in soggetti molto allenati a “stoccare” 7-800 gr di glicogeno.

Allora è fatta direte voi, sai quante fette di pane mi posso mangiare prima di aver saturato le mie scorte di glicogeno! Peccato però che il glicogeno si consuma solo ad elevate frequenze cardiache e che nella normale vita da “impiegati” bruciamo soprattutto grassi. Succede quindi che le nostre scorte sono quasi sempre piene e che non c’è spazio per nuovo glicogeno.

Ecco allora che il nostro sistema endocrino per scongiurare che permangano nel sangue grandi quantità di carboidrati (che danneggerebbero diversi organi) inizia una massiva produzione di insulina (ormone che permette l’attraversamento della membrana cellulare da parte dei micronutrienti). Con l’insulina il nostro corpo rastrella gli zuccheri di troppo e convertendoli il trigliceridi li “parcheggia” nelle cellule adipose (adipociti).

(Continua…)

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